Gravidanza, allattamento e dieta vegana

Evidenze scientifiche

La dieta in gravidanza condiziona la salute di madre, neonato e futuro adulto

La gravidanza è uno stato unico nel quale la dieta condiziona la salute della madre, del neonato e del futuro adulto. Nonostante gli effetti della dieta vegana in gravidanza Logo - Gravidanza, allattamento e dieta veganarivestano una grande importanza, gli studi scientifici non sono molti, più volte accomunano gravide vegetariane e vegane e talvolta giungono a conclusioni discordanti. Inoltre, la scarsità di studi randomizzati impedisce di distinguere gli effetti della dieta da fattori interferenti. 

In alcuni studi la dieta vegetariana-vegana è risultata associata ad un aumentato rischio di minor peso alla nascita, durata ridotta della gestazione, parto cesareo in emergenza, preeclampsia, ipospadia e patologie postgravidiche per la madre. Altri studi non hanno rilevato rischi aumentati. Altri ancora hanno rilevato benefici. Per una visione generale di questi aspetti contradditori suggerisco la lettura delle seguenti rassegne: Pawlak, 2017 , Piccoli, 2015 e Pistollato, 2015.

Una prima sintesi degli studi effettuati

Nel 2015 è stata pubblicata una approfondita recensione basata su tutte le pubblicazioni scientifiche riguardanti l’alimentazione vegetariana-vegana in gravidanza apparse fra il 1977 e il 2013. Gli autori, dopo aver riconosciuto la limitatezza degli studi scientifici, giungono alla conclusione che non vi sono prove di un aumentato rischio di gravi eventi avversi e malformazioni per il feto, con l’eccezione di un aumentato rischio di ipospadia: una malformazione fetale del pene. Il suggerimento finale, per le vegetariane-vegane gravide, è di porre attenzione agli stessi possibili deficit di nutrienti delle vegetariane-vegane non gravide; con una particolare attenzione a vitamina B12 e ferro (Piccoli, 2015). Vedremo in seguito che nel frattempo sono state pubblicate autorevoli raccomandazioni anche per altri macro-  e micro-nutrienti.

La posizione delle società scientifiche

Indicazioni “permissive” di alcune società

In sintonia con quanto riportato nel precedente capitolo, fin dal 2003 l’American Dietetic Association e la Dietitians of Canada hanno dichiarato, in una pubblicazione congiunta, che le diete vegane ben pianificate sono appropriate durante tutti gli stadi del ciclo della vita, inclusa la gravidanza (ADA e DoC, 2003). Tali conclusioni sono state successivamente più volte ribadite dalle stesse organizzazioni; ad esse si sono associate altre qualificate società scientifiche. Anche di altri paesi.

Indicazioni critiche di altre società scientifiche

Vi sono tuttavia anche istituzioni scientifiche in disaccordo. Ad esempio, secondo la German Nutrition Society, la dieta vegana non è da raccomandare alle donne in gravidanza e durante l’allattamento (Richter, 2016). Critica è anche la European Society for Paediatric Gastroenterology, Hepatology and Nutrition Committee on Nutrition. Secondo questa società, una dieta vegana può soddisfare le necessità nutrizionali quando madre e figlio seguono i consigli medici riguardanti le necessarie integrazioni. Tuttavia, i rischi di non riuscire a seguire i consigli possono avere gravi conseguenze. Ad esempio, la carenza di vitamina B12 può comportare danni cognitivi irreversibili nel bambino e persino la morte. Questa società scientifica conclude affermando che, una dieta vegana dovrebbe essere fatta sotto una regolare supervisione medica (Fewtrell, 2017).

Chi ha ragione?

Vedremo nelle conclusioni una sintesi delle due indicazioni contrapposte.

Dieta vegana in gravidanza e allattamento: le possibili carenze

La dieta vegana non correttamente integrata spesso comporta un’insufficienza di vitamina B12. Questa carenza può non essere la sola. Sono state infatti osservati anche deficit di ferro, vitamina D, calcio, proteine, grassi essenziali, zinco e iodio. Deficit che in taluni casi possono trasferirsi al latte materno e quindi al lattante.

Per ciascuna di queste sostanze vengono di seguito riportati aspetti epidemiologici, rischi per la salute e raccomandazioni di istituzioni pubbliche, società scientifiche ed esperti. I dati sono ricavati dalle più recenti pubblicazioni scientifiche. In particolare: Melina, 2016 , Sebastiani, 2019 Koletzko, 2018Baroni, 2018. Altri lavori scientifici pertinenti sono citati nelle voci che seguono.

Vitamina B12

Nell’uomo, la vitamina B12 è coinvolta in molte vie metaboliche che interessano il DNA, proteine e lipidi. Quindi: no vitamina B12 no vita.

A differenza di carni, pesci e derivati, i normali alimenti vegetali non contengono quantità significative di vitamina B12. Questa deve quindi essere assunta attraverso cibi arricchiti o integratori.

Aspetti epidemiologici e rischi per la salute

I valori ematici della vitamina nelle gravide vegane e nei loro figli allattati al seno risultano sempre inferiori rispetto alla controparte onnivora. Un difetto della vitamina nelle vegetariane/vegane gravide è stato osservato in una percentuale variabile dal 17% al 39% e, in generale, tale difetto è maggiore nelle vegane (Pistollato, 2015). Anche la concentrazione della vitamina nel latte delle vegane è inferiore rispetto alle onnivore.

Il nascituro necessita di molta vitamina B12: la concentrazione nel feto è doppia rispetto a quella della madre. Un difetto della vitamina può avere gravi ripercussioni, in particolare sullo sviluppo del sistema nervoso. Un deficit può mettere a rischio anche la salute della madre, che può ritrovarsi con le riserve depauperate. Anche la salute del lattante è a rischio perché il latte materno è impoverito.

Raccomandazioni

Le società scientifiche sono unanimi nel raccomandare a chi pratica una dieta vegana integrazioni di vitamina B12. Non sono unanimi sulla quantità giornaliera, che varia da 2 a 4 μg. In gravidanza e durante l’allattamento questi livelli vanno aumentati rispettivamente di circa il 10% e il 15%. Poiché non vi sono rischi di sovradosaggio, qualora sia noto o sospettato un depauperamento delle riserve è corretto aumentare, anche di molto, i suddetti livelli. Questo vale anche in previsione della gravidanza, in modo da innalzare le riserve.
Secondo alcuni autori il feto assume più facilmente la vitamina B12 che la madre ha assorbito per via intestinale rispetto a quella delle riserve. Questo rafforza la raccomandazione per le gravide di continuare ad assumere la vitamina. 

In commercio vi sono diversi cibi fortificati in vitamina B12 idonei per la dieta vegana. Tra questi: “cereali” e muesli; latte di soia; yogurt vegetali; hamburger vegetali. Anche la microalga Spirulina e l’alga “purple lavers”, conosciuta come “nori”, se di buona qualità, contengono quantità significative di B12. Infine, si può far conto sugli integratori: meglio se singoli rispetto ai multivitaminici e meglio se assunti in dosi frazionate durante il giorno.

Per una rassegna più approfondita si veda la pagina del presente sito “La vitamina B12 nella dieta vegana“.

Ferro

Il ferro è indispensabile per molte funzioni dell’organismo. In termini quantitativi, la più importante è la produzione dell’emoglobina contenuta nei globuli rossi, necessaria per il trasporto dell’ossigeno.

Molti cibi vegetali sono ricchi di ferro in forma “non-eme”. La biodisponibilità, cioè la capacità dell’organismo di assimilarlo, è però bassa rispetto al ferro “eme” contenuto in carne e pesce. A partire dal secondo trimestre il feto per svilupparsi ha bisogno di molto ferro. Pertanto, qualora la vegana gravida non ne assimili abbastanza o non abbia riserve integre si deve intervenire. Le modalità sono tre. La prima è automatica: quando vi è poco ferro, un meccanismo ormonale ne massimizza l’assorbimento. Il secondo modo per favorire l’assorbimento consiste nell’associare ai cibi vegetali ricchi di ferro l’acido ascorbico (vitamina C) o altri acidi organici, come l’acido citrico. Il terzo è assumere integratori. 

Aspetti epidemiologici e rischi per la  salute

La letteratura scientifica è unanime sul fatto che i vegani hanno livelli ematici di ferritina, e quindi riserve di ferro, inferiori rispetto agli onnivori. Ne consegue che le gravide vegane sono più a rischio di sviluppare deficit. Bassi livelli di ferritina risultano peraltro protettivi contro il rischio di sviluppare la sindrome metabolica (patologia affine al diabete). Autorevoli scienziati ritengono però sbagliato associare tale sindrome all’assunzione di ferro; l’assunzione eccessiva del metallo rappresenta infatti solo una modesta percentuale delle cause che inducono un aumento della ferritina (Cullis, 2018). 

La carenza di ferro è associata ad una maggiore incidenza di parto pre-termine, basso peso alla nascita e aumento della mortalità per madre e neonato. Nella madre e nel lattante possono insorgere anemia, disturbi neurologici e aumentata suscettibilità alle infezioni.

Raccomandazioni

La quantità giornaliera di ferro raccomandata nelle donne onnivore in età fertile differisce un po’ tra le differenti società scientifiche. Il valore medio si attesta tra 15 e 20 mg al giorno.

Per le vegane in età fertile le raccomandazioni sono ancora più variabili. Alcuni ritengono necessario aumentare i suddetti valori dell’ 80% a causa della minore biodisponibilità. Altri non ritengono necessario un aumento così marcato.

Per le donne in gravidanza alcuni suggeriscono di raddoppiare l’assunzione rispetto alle non gravide. Altri non lo ritengono necessario perché i bisogni di feto e placenta sarebbero compensati dalle mancate perdite mestruali e dalla maggior capacità, propria della gravidanza, di assorbire il ferro nell’intestino.  

Ovviamente, in caso di difetto dimostrato di riserve il ferro va prontamente reintegrato. Le modalità sono state descritte all’inizio del capitolo. Non si deve temere il sovraccarico, che può causare malattie; è un’eventualità infrequente legata a specifiche patologie o alla necessità di ripetute trasfusioni. 

Per una rassegna più approfondita si veda la pagina del presente sito “Il ferro nella dieta vegana“.

Vitamina D

La principale funzione della vitamina D è di aumentare la concentrazione nel sangue di calcio e fosforo, necessari per la mineralizzazione dell’osso. E’ inoltre implicata per le funzioni di nervi, muscoli e vasi.

La vitamina viene in parte prodotta dalla pelle esposta ai raggi ultravioletti del sole e in parte assunta con gli alimenti. Anche la placenta probabilmente ne produce. Il ruolo della vitamina nello sviluppo fetale non è del tutto chiarito.

La vitamina D è abbondante nel pesce ed è presente in minor quantità nelle uova e nella carne; è invece carente nei vegetali. La produzione cutanea aumenta progressivamente passando dai poli all’equatore, è minore nei soggetti con la pelle scura, con più cute coperta dai vestiti e in presenza di creme anti UV. Il grasso corporeo immagazzina vitamina D ma non la scambia in maniera efficiente con i tessuti che ne abbisognano; non costituisce quindi una vera riserva attiva.

Aspetti epidemiologici e rischi per la salute

Nella popolazione generale dei paesi sviluppati la carenza di vitamina D è tutt’altro che infrequente. E nei vegani l’assunzione alimentare e i livelli nel sangue risultano generalmente inferiori rispetto agli onnivori, in particolare nella stagione invernale. 

La carenza di vitamina D determina una riduzione dell’assorbimento del calcio alimentare e una perdita del calcio dell’osso. Nell’adulto questo comporta un aumentato rischio di osteoporosi e fratture. Nel bambino, in particolare nei primi due anni di vita, si ha una carente mineralizzazione dell’osso che, nei casi più gravi, si manifesta con rachitismo.

Esiste anche una patologia da eccesso di vitamina D, che si manifesta con calcificazioni nei tessuti molli. E’ particolarmente pericolosa quando ha come bersaglio il cuore. Si tratta di una patologia rara determinata da una eccessiva introduzione della vitamina ma non da un’eccessiva esposizione solare. Questo perché la produzione cutanea della vitamina D è autolimitata: quando ce n’è troppa la vitamina viene fotodegradata. Integrazioni con dosi molto alte di vitamina D pura vengono spesso prescritte in presenza di deficit; i casi di tossicità sono però rari.  

Raccomandazioni

L’esposizione solare alle nostre latitudini non è sufficiente, o non lo è sempre, a generare tutta la vitamina D necessaria. Pertanto, le organizzazioni scientifiche raccomandano di introdurre abbastanza vitamina con gli alimenti o con integratori.

Negli USA viene raccomanda una quantità giornaliera di vitamina D di 15 μg (equivalenti a 600 Unità Internazionali) sia per le donne in età fertile e sia per le gravide e le lattanti. Nei bambini fino a 12 mesi di età la dose raccomandata è di 10 μg al giorno, successivamente è di 15 μg. Quantità sia inferiori e sia superiori vengono raccomandate nei diversi paesi europei. Per raggiungere questi livelli i bambini allattati al seno richiedono un’integrazione della vitamina perché il latte materno non ne contiene a sufficienza; un’integrazione di vitamina nella madre sembra non migliori la qualità del suo latte. I latti artificiali per bambini sono invece generalmente rinforzati in vitamina D. E così pure altri prodotti per l’infanzia e per la popolazione generale quali latte vaccino, latti vegetali, succhi di frutta e cereali per la colazione (si consiglia di controllare le etichette).

In caso di bassi livelli ematici della vitamina, che sono indice di deficit nell’organismo, si devono prendere in considerazione supplementazioni con forti dosi di vitamina D pura.

Queste raccomandazioni valgono per tutti, in particolare quando l’esposizione solare è bassa. Un’attenzione particolare è però richiesta nell’alimentazione vegana dato che gli alimenti vegetali sono carenti. La vitamina D degli integratori può essere sia di derivazione animale e sia vegetale: questo dato dovrebbe essere riportato in etichetta. Il mercato propone integratori specifici per vegani che contengono il secondo tipo.

Calcio

Circa il 99% del calcio dell’organismo è contenuto nelle ossa e nei denti, dove svolge una funzione meccanica e di riserva. Il rimanente 1% è vitale per molte funzioni in tutto il corpo. Dentro le cellule la concentrazione del calcio è bassissima e strettamente regolata: un suo eccesso o difetto può rapidamente condurle a morte. 

Il calcio è contenuto un po’ in tutti gli alimenti. Nei vegetali, l’assorbimento intestinale è limitato per la presenza di ossalati, fitati e fibre. Latte e derivati sono particolarmente ricchi di calcio ben assimilabile: coloro che non se ne nutrono, e questo vale per i vegani come per i carnivori, potrebbero non assumerne abbastanza. Il tofu cagliato con sali di calcio e i latti e yogurt vegetali rinforzati di calcio costituiscono ottime fonti per i vegani. Ottime sono pure le acque dure: sia in bottiglia che di rubinetto (niente paura: gli unici a doverle temere sono ferri da stiro e lavatrici !).

Aspetti epidemiologici e rischi per la salute

Non mi risulta siano stati pubblicati studi sugli effetti di eventuali deficit di calcio nelle vegane gravide sul feto e sui neonati. Si sa però che la densità ossea delle vegane è generalmente minore rispetto alle onnivore e quindi lo è anche il contenuto totale di calcio. E’ pertanto ragionevole che il deficit di calcio sia generalmente considerato un rischio in gravidanza.   

A partire dal terzo trimestre il feto necessita di molto calcio: richiede infatti quasi la stessa quantità assorbita nell’intestino da una donna non gravida. In altre parole, per mantenere il proprio stato e quello del feto la gravida deve assorbire il doppio di calcio. Sembrerebbe un dato da panico. Invece no perché, già prima del terzo trimestre, grazie a modificazioni ormonali, la quantità di calcio che la gravida assorbe raddoppia (Kovacs, 2001). In pratica, se i maschi e le femmine non gravide assorbono mediamente il 25% del calcio introdotto con gli alimenti, le gravide ne assorbono il 50%.

La maggior capacita di assorbirlo non può però rimediare ad una ridotta introduzione di calcio con gli alimenti. C’è il rischio che il feto si prenda il calcio dallo scheletro della madre impoverendolo. Durante l’allattamento al seno, una ridotta introduzione di calcio con il cibo può comportare gli stessi problemi, perché il latte è ricco del calcio proveniente dalla madre. Addirittura, è stato sostenuto che il calcio del latte derivi prevalentemente dalla massa ossea della madre; massa che viene quindi inizialmente depauperata e solo in seguito ricostituita grazie al calcio degli alimenti (Kalkwarf, 1999). 

Raccomandazioni

Poiché in gravidanza aumenta il fabbisogno ma aumenta in ugual misura l’assorbimento del calcio dagli alimenti, la maggior parte delle organizzazioni e società scientifiche negli USA e in Europa non ritengono necessario che le gravide ne assumano più delle non gravide. L’assunzione alimentare raccomandata è pertanto la stessa per gravide, non gravide e anche allattanti: 1000 mg al giorno.

Tenuto conto, come riportato in precedenza, che i cibi vegetali contengono sostanze che inibiscono l’assorbimento del calcio, alcune associazioni, come l’american Dietetic Association, raccomandano alle vegane gravide e allattanti di aumentare del 20% tale l’introito. 

Una dieta normalmente variata per gli onnivori e integrata con tofu e latti e yogurt fortificati per i vegani consente di soddisfare facilmente i suddetti fabbisogni.

Proteine 

Sono indispensabili per tutte le funzioni dell’organismo: contrazione dei muscoli, trasporto di ossigeno, digestione degli alimenti, difesa immunitaria, trasformazione di grassi e zuccheri in energia … solo per citarne alcune. 

Dal punto di vista chimico le proteine sono costituite da catene più o meno lunghe di aminoacidi: da poche unità a molte centinaia. Gli aminoacidi che le costituiscono sono di venti tipi differenti. L’organismo umano è in grado di produrne diversi, ma non quelli detti “essenziali”, che devono pertanto essere assunti con gli alimenti. Se manca anche uno solo dei venti tipi di aminoacidi, l’organismo non può produrre le proteine che lo contengono. 

La carne alimentare ha una proporzione dei differenti aminoacidi simile a quella contenuta nel corpo umano. Ne consegue che l’assunzione di aminoacidi essenziali non è un problema per chi mangia carne. Gli alimenti vegetali, singolarmente considerati, sono invece generalmente carenti (non privi) di uno o più aminoacidi essenziali. Ad esempio, i ceci sono carenti dell’aminoacido metionina che invece è presente in buone quantità in frumento, farro e noci che a loro volta sono carenti di aminoacidi contenuti in altri vegetali, e così via. Ne consegue che i vegani devono assumere contemporaneamente diversi tipi di vegetali per non incorrere in carenze.  

Aspetti epidemiologici e rischi per la salute

La malnutrizione proteica esiste anche nei paesi ricchi ed è stata studiata nei pazienti ospedalizzati, negli anziani e in diverse malattie. Non mi risulta però vi siano studi su eventuali deficit proteici in gravidanza e durante l’allattamento nelle donne vegane dei paesi ricchi.

I rischi di malnutrizione però esistono anche in queste persone. In primo luogo per l’aumentato fabbisogno: il feto, la placenta e anche le mammelle e l’utero materni necessitano di proteine per svilupparsi. In secondo luogo perchè la digeribilità delle proteine vegetali è spesso inferiore a quella di carne, pesce, uova e latticini.     

L’insufficiente apporto alimentare di proteine è pericoloso perché le riserve dell’organismo sono limitatissime. Quando l’assunzione è scarsa vi è nella madre un iniziale adattamento metabolico detto di “risparmio proteico”; non si sa quanto coinvolga anche il feto e il lattante. Successivamente compare una riduzione della massa muscolare materna; anche se in questa fase il feto e il lattante vengono privilegiati, una scarsa assunzione di proteine da parte della madre aumenta il rischio di aborto e di ridotto sviluppo del feto e del bambino. Negli stadi successivi vengono via via intaccate funzioni vitali.

Anche un eccessivo introito proteico può avere effetti negativi sullo sviluppo fetale. La causa sta nei prodotti tossici che si generano dal catabolismo delle proteine non utilizzate.

Raccomandazioni

La maggior parte delle società scientifiche e delle istituzioni competenti raccomandano un’assunzione giornaliera di proteine di 0.8 g per Kg di peso corporeo per le non gravide e di 1.1 – 1.2 g/Kg per le gravide e allattanti. Questi livelli compensano i circa 20 g di proteine che giornalmente sono richiesti da feto, placenta, utero e mammelle materne a partire dal secondo trimestre.

Una minoranza di esperti ritiene però non giustificato aumentare l’assunzione durante gravidanza e allattamento. Questo perché nella gravida avviene un aggiustamento metabolico che porta ad una riduzione del turnover e qundi della distruzione ed eliminazione di proteine. 

Quanto sopra riportato è riferito alle donne onnivore. Nelle donne gravide vegane alcuni, ma non tutti, suggeriscono di aumentare di circa il 10% l’apporto di proteine rispetto alle onnivore. Questo aumento è finalizzato a compensare la perdita dovuta alla ridotta digeribilità delle proteine vegetali.

Un aspetto da non trascurare è la limitata capacità delle gravide, specie nel terzo trimestre, di introdurre grandi volumi di alimenti: lo spazio in addome si è ristretto. Per garantire la giusta assunzione di proteine si raccomandano pertanto pasti frequenti e ricchi alimenti proteici quali i legumi: fagioli ceci e lenticchie. 

Resta da risolvere il problema forse più importante. Come garantire nelle gravide vegane il corretto apporto di tutti gli aminoacidi? La maggior parte degli esperti ritiene sufficiente associare quotidianamente diversi cibi vegetali, privilegiando per quanto appena detto i legumi. Per maggior sicurezza, altri suggeriscono inoltre di aumentare l’assunzione totale di proteine per compensare gli aminoacidi deficitari e la minore digeribilità dei cibi vegetali.

Per una rassegna più approfondita si veda la pagina del presente sito “Le proteine nella dieta vegana“. Consiglio inoltre la lettura di questi due articoli: Mousa, 2019 ; Herring, 2018.

Lipidi o grassi

I grassi svolgono diverse funzioni: riserva di energia, formazione delle membrane cellulari, trasporto di vitamine e ormoni, base per la sintesi di ormoni e di regolatori dell’infiammazione e del sistema immunitario … e altro.  

Vi sono tanti tipi di lipidi: alcuni indispensabili, altri salutari e altri dannosi se assunti in eccesso; differenti sono anche le funzioni di ciascuna classe. Tutti gli alimenti ne contengono ma nessuno li contiene tutti nel rapporto ottimale. Ciò premesso, è sensato dire che verdure e pesci sono più ricchi di grassi salutari rispetto ai cibi carnei, alle uova e al latte.

Aspetti epidemiologici e rischi per la salute

Globalmente intesi, e con una sola eccezione, i differenti lipidi non evidenziano criticità da carenza nel feto, nel lattante e nella madre. L’eccezione sono gli acidi grassi ω3 a lunga catena eicosapentaenoico (EPA) e docosaesaenoico (DHA).

Nel feto e nel lattante questi acidi grassi sono necessari per lo sviluppo del sistema nervoso e dell’occhio (Innis, 2014) . EPA e DHA costituiscono inoltre la base per la sintesi di mediatori che regolano l’infiammazione e il sistema immunitario.  

Si è visto che un deficit di acidi grassi ω3 a lunga catena aumenta nel nascituro o nel lattante o nel bambino o nella madre i rischi di: parto pretermine (prematurità); minor lunghezza e peso alla nascita; depressione post partum; allergie e asma (nel bambino); ritardato sviluppo del sistema nervoso; ridotta acuità visiva. 

Per contro, è stato osservato che in alcuni casi la supplementazione di ω3 a lunga catena in gravidanza ha comportato un allungamento di alcuni giorni della gestazione oltre il termine normale.

Raccomandazioni

La quantità di acidi grassi ω3 a lunga catena EPA e DHA assunti dalla popolazione generale è mediamente inferiore a quella raccomandata dalle organizzazioni e società scientifiche. Nei vegani l’introito è ancora più basso. Esiste anche una sintesi endogena di EPA e DHA che però spesso non riesce a compensare il deficit.

E’ dimostrato che la concentrazione di EPA e DHA nel sangue, nelle cellule e nel latte delle gravide e delle madri vegane è più basso rispetto a quello già basso della controparte onnivora. Lo stesso vale per i bambini allattati al seno. 

Tutte le organizzazioni e società scientifiche sono pertanto unanimi nel raccomandare a tutte le gravide e alle allattanti, e a maggior ragione alle vegane, di assumere la giusta quantità di ω3 a lunga catena. La quantità raccomandata differisce, a volte anche sensibilmente, tra le varie istituzioni. Per il DHA oscilla intorno a 200 mg al giorno, altrettanto per l’EPA. 

Come fare concretamente per conformarsi alle raccomandazioni? Anziché ripetere, rimando al capitolo “Come rimediare alla carenza di EPA e DHA nella dieta vegana” nella pagina del presente sito intitolata Lipidi o grassi nella dieta vegana“, dove potrete anche approfondire l’argomento. Per approfondirlo ancor di più consiglio la lettura di queste pubblicazioni: Thompson 2019 ; Collins 2019 ; Lauterbach 2018.

UNA Digressione sui latti artificiali per i neonati

Che i produttori debbano aggiungere acidi grassi ω3 a lunga catena ai latti artificiali è argomento controverso fra gli studiosi. Fra il 2016 e il 2017 due pubblicazioni ne hanno messo in dubbio l’utilità. Secondo gli autori, le prove fino a quel momento raccolte non bastavano a dimostrare la superiorità dei latti addizionati.

La controversia con gran parte della comunità scientifica, che ritiene invece importante l’aggiunta, si riflette ancor oggi sul latti in commercio, che non sempre sono arricchiti di ω3 a lunga catena: perfino i latti di marche famose. Una ragione addotta è che i neonati hanno già un buon corredo di questi lipidi e che al bisogno li sanno produrre da soli! Io però volgerei questa affermazione in domanda: i neonati hanno (sempre) già un buon corredo di questi lipidi e li sanno (sempre) produrre da soli? Vi sono troppe prove che la risposta è negativa.

Comunque la si pensi, la Comunità Europea ha deliberato che da febbraio 2020 tutti i latti commercializzati in Europa dovranno essere addizionati almeno di DHA. In una recente pubblicazione, una folta comunità scientifica ripercorre la storia di questa legge europea e suggerisce di estendere l’obbligo anche ad altri acidi grassi. Le correzioni proposte sono volte a rendere il latte artificiale il più possibile simile a quello materno (Koletzko, 2019). La pubblicazione riporta le molte evidenze scientifiche a sostegno della presa di posizione.

Dieta vegana in gravidanza e allattamento? Una sintesi di buon senso

Torniamo alla dichiarazione dell’American Dietetic Association e di Dietitians of Canada già citata nel capitolo “La posizione delle società scientifiche: “le diete vegane ben pianificate sono appropriate durante tutti gli stadi del ciclo della vita, inclusa la gravidanza”. Mi sembra opportuno richiamare l’attenzione sulla precisazione “ben pianificate”.

Chi stabilisce se una dieta è ben pianificata? La buona pianificazione è una pratica facile? Anche nel caso possano avvalersi di consulenze qualificate, le gravide sono tutte in grado di praticarla correttamente? Secondo me sono questioni da non sottovalutare; e purtroppo tanti eventi tragici mi confermano.

Per il principio di prudenza, la dichiarazione andrebbe secondo me coniugata con la dichiarazione solo apparentemente contrapposta dell’European Society for Paediatric Gastroenterology, Hepatology and Nutrition Committee on Nutrition, citata subito dopo la precedente: “una dieta vegana dovrebbe essere fatta sotto una regolare supervisione medica”.

Bibliografia   (come reperire il testo completo)

Baroni L et al. Vegan Nutrition for Mothers and Children: Practical Tools for Healthcare Providers. Nutrients. 2018.

Collins CT et al. The role of long chain polyunsaturated fatty acids in perinatal nutrition. Semin Perinatol. 2019.

Cullis JO et al. Investigation and management of a raised serum ferritin. Br J Haematol. 2018.

Fewtrell M et al. Complementary feeding: a position paper by the European Society for Paediatric Gastroenterology, Hepatology, and Nutrition (ESPGHAN) Committee on Nutrition. J Pediatr Gastroenterol Nutr 2017.

Herring CM et al. Impacts of maternal dietary protein intake on fetal survival, growth, and development. Exp Biol Med. 2018.

Innis SM. Impact of maternal diet on human milk composition and Neurological development of infants. Am J Clin Nutr. 2014.

Kalkwarf HJ. Hormonal and dietary regulation of changes in bone density during lactation and after weaning in women. J Mammary Gland Biol Neoplasia.1999.

Koletzko B et al. Diet and Lifestyle Before and During Pregnancy – Practical Recommendations of the Germany-wide Healthy Start – Young Family Network. Geb Fra. 2018.

Koletzko B et al. Should formula for infants provide arachidonic acid along with DHA? A position paper of the European Academy of Paediatrics and the Child Health Foundation. Am J Clin Nutr. 2019.

Kovacs CS. Calcium and bone metabolism in pregnancy and lactation. J Clin Endocrinol Metan. 2001.

Lautherbach R. EPA + DHA in Prevention of Early Preterm Birth - Do We Know How to Apply it? EBioMedicine. 2018.

Melina V et al. Position of the Academy of Nutrition and Dietetics: Vegetarian Diets. J Acad Nutr Diet. 2016

Mousa A et al. Macronutrient and Micronutrient Intake during Pregnancy: An Overview of Recent Evidence. Nutrients. 2019.

Pawlak R. To vegan or not to vegan when pregnant, lactating or feeding young children. European Journal of Clinical Nutrition. 2017.

Pawlak R et al. Vitamin B-12 content in breast milk of vegan, vegetarian, and nonvegetarian lactating women in the United States. Am J Clin Nutr. 2018.

Piccoli GB et al. Vegan–vegetarian diets in pregnancy: danger or panacea? A systematic narrative review. International Journal of Obstetrics & Gynaecology. 2015.

Pistollato F et al. Plant-Based and Plant-Rich Diet Patterns during Gestation: Beneficial Effects and Possible Shortcomings. 2015. 

Position of the American Dietetic Association and Dietitians of Canada: Vegetarian diets. J Am Diet Assoc. 2003.

Richter M et al. Vegan diet. Position of the German Nutrition Society. Ernahrungs Umschau. 2016.

Sebastiani G et al. The Effects of Vegetarian and Vegan Diet during Pregnancy on the Health of Mothers and Offspring. Nutrients. 2019

Thompson M et al. Omega-3 Fatty Acid Intake by Age, Gender, and Pregnancy Status in the United States: National Health and Nutrition Examination Survey 2003⁻2014. Nutrients. 2019.

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